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CORSICO

Insegnare attraverso una webcam

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Com’è continuare a insegnare in questa situazione? È una delle domande che più mi hanno fatto i miei amici e i miei familiari in questo periodo.

La situazione Covid-19 ha mandato all’aria ogni struttura, ogni sistema e qualsiasi calendarizzazione, mettendo anche in grande difficoltà le scuole, sia lato studenti che docenti, ma andare avanti si può e si deve, anche se complicato.

La mia “fortuna” è far parte di una scuola non pubblica, ossia un ente accreditato e riconosciuto da Regione Lombardia che fornisce due corsi professionali: Automotive Technology, manutenzione e assistenza al veicolo, e Servizi Commerciali. Quest’ultimo è il ramo scolastico in cui insegno Tecniche della Comunicazione ai ragazzi del triennio. Ogni anno (3°, 4°, 5°) prevede un esame finale che permette loro di ottenere un attestato di competenza, la quinta, invece, sostiene l’esame di Maturità.

Noi non ci siamo fermati mai. Se non la settimana di fine febbraio, quella che ha sconvolto la nostra “normalità”. Poi, grazie alla grande capacità organizzativa di – e finalmente dico il nome dell’istituto – Fondazione Ikaros, siamo riusciti attraverso l’utilizzo di Microsoft Team a creare classi virtuali, schermate con appunti e condivisione di libri, riassunti, schemi e a impostare un orario settimanale che potesse mantenere fede al monte ore che il corso prevede.

Ma andiamo, dopo questo doveroso sproloquio iniziale, al nocciolo della questione: com’è insegnare a distanza? Com’è tenere una classe? E mantenere i rapporti con gli studenti? Come si affrontano le difficoltà del mezzo, sia da un punto di vista strutturale che tecnico? A tutto questo cercherò, tra qualche riga, di darvi tutte le mie impressioni da docente e da giornalista.

Partiamo da un concetto, banale, scontato e per questo mai da dimenticare: non è la stessa cosa. So che ci sono master online, università online, corsi professionali online – io stesso lunedì ho iniziato quello con il Post, ad esempio. Ma i ragazzi della scuola superiore hanno un concreto bisogno dell’aula, ecco perché.

La grande differenza è evidentemente l’assenza di rapporto fisico, reale, concreto. La freddezza dell’occhio della webcam ci restituisce una versione differente dalla quotidianità di classe. I legami sono meno intensi, così come il feedback degli studenti è più blando e meno veritiero. A oscurare, a stringere, a ostacolare le loro emozioni e le loro reazioni alla lezioni c’è soprattutto la stimolazione esterna alle lezioni che non permette di dedicare a pieno la concentrazione alla lezione.

Se in classe la lezione frontale è in qualche modo un’evidenza del fatto che qualcuno ascolta e qualcun altro no, oppure che c’è uno studente che interagisce di più di un altro, in questa situazione è tutto ridimensionato e più compresso. Non c’è un vero e proprio “mood” di classe, uno spirito guida che può capitare in aula, quando i ragazzi sono distanti qualche metro o qualche centimetro l’uno dall’altro e si distraggono vicendevolmente.

All’interno della classe virtuale, seppur gli schermi che riprendono i loro volti, spesso ci vengono proposti vicini, quasi sovrapposti, i loro corpi e le loro menti sono distanti. Ciò non significa che non riescano ad entrare in relazione, a interagire, ma che il loro trasporto è diverso, è meno intenso e legante. Cosa che accade anche tra studenti e docente.

Quella che oggi sta affrontando il Coronavirus è la generazione nata con uno smartphone in mano, con Internet come sfondo delle loro giornate e non come opzione, quella nata con le informazioni gratuite, l’hacking delle applicazioni e lo streaming illegale. Ma anche a una generazione così tecnologica il lato umano manca, e si sente tantissimo.

Quindi spesso la classe si mostra “tranquilla”, ma non serena. Passiva, nell’ascolto e poco attiva se non stimolata, mentre all’interno dell’aula spesso si crea quel rapporto di interesse e di stimolazione reciproca che porta a un dibattito, a un confronto che, seppur esistente anche attraverso il mondo virtuale, lo si percepisce molto più effimero, contorto e complicato.

Un altro ostacolo da tenere in considerazione è che con Microsoft Teams non è possibile avere a schermo tutti gli studenti collegati, ma solo quattro alla volta e solitamente sono gli ultimi che hanno parlato o che hanno attivato il microfono. Con Zoom, ad esempio, c’è la possibilità di visualizzare tutte le persone connesse, di vederle e di sentirle contemporaneamente. Un limite tecnico, che diventa un limite nel controllo e nella gestione educativa.

Prima accennavo alle distrazioni. Mi capita spesso di sentire le voci dei genitori mentre sto facendo l’appello: “Gaia, vuoi una brioche?”. Oppure “Ale hai portato giù il cane?”. “Hai bevuto il caffé?”. E così via. Alcune volte gli studenti hanno l’attenzione da mettere il muto al loro microfono e rispondono più o meno educatamente al genitore, dicendo loro che la lezione è iniziata. Oppure mi capita spesso di sentire la voce del fratello di un mio alunno. Hanno poche stanze e sono in due a dover fare lezione e il fratello più piccolo non ha le cuffiette.

Questa è un’altra grande problematica, lo spazio. Non tutti hanno appartamenti da 70 o 80 metri quadrati, stanze separate o camerette nelle quali riuscire a seguire le lezioni, concentrarsi e studiare, riuscendo a prendersi del tempo per se stessi. Dobbiamo, forse, considerare la possibilità che l’attenzione sia distribuita su più risorse e metterci l’anima in pace. È una caratteristica intrinseca nel modello didattico stesso. E per ora dobbiamo convivere con questa possibilità.

Se i contenuti sono complicati da trasferire rispetto ai metodi didattici classici, una cosa che è da difendere strenuamente è la relazione con la classe e soprattutto con lo studente. Perché specifico l’individualità? Perché spesso i ragazzi hanno timore o timidezza nell’esporre le proprie debolezze, le problematiche o semplicemente dei dubbi, delle ansie che possiedono, ma che non riescono a tirare fuori. E il rapporto tra docente e studente deve essere salvaguardato, investendo più tempo nel sollecitare un loro parere, una loro impressione sul periodo o semplicemente su come stanno vivendo questi giorni di “prigionia” obbligata.

Chiudo questo lungo discorso su com’è insegnare a distanza a degli studenti delle superiori, parlando della parte tecnica. Ho già citato i limiti di Teams, ma anche la “dispersione” delle chat in cui comunichiamo con gli studenti non è il massimo della precisione e dell’intuizione, soprattutto nelle prime settimane. Già in questi giorni, dopo un attento lavoro di miglioramento, inizia a essere più strutturato e completo.

Cito anche la problematica relativa alla videocamera, spesso non utilizzata dagli studenti, un po’ per malavoglia, un po’ per un vero problema di connessione. In un periodo in cui si parla sempre di smart working e dell’avvento del 5G, c’è da capire, invece, che molte zone, anche dell’hinterland milanese, e non parliamo di zone bistrattate del Mezzogiorno o addirittura del Terzo Mondo, non possiedono una linea veloce in casa ed è quasi improbabile riuscire a mantenere la connessione performante per l’utilizzo di camera e microfono senza passare dal cosiddetto “lag”. Anche a me, che ho una buona linea, capita di “laggare”. Perché non è semplice sostenere, per la rete, decine di collegamenti in contemporanea, soprattutto se si tratta di una connessione internet Wi-Fi e non attraverso il cavo, che sarebbe la soluzione migliore per tutti, soprattutto in questi casi. Ma c’è un problema in più. Nel 2020 non tutti hanno un computer e il dispositivo che utilizzano più spesso è il tablet – nel nostro caso, molto privilegiato per gli studenti, fornito dalla scuola – o lo smartphone, ma molti non possiedono una rete, affidandosi all’hotspot da quella mobile, ma spesso tutto questo complica ulteriormente il tutto.

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Autore:fag

Pubblicato il: 01 Maggio 2020

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